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La Rivoluzione d'Ottobre era inevitabile?
Un’opera che lancia un sasso, provoca una discussione e una ricerca più spregiudicata sull'ineluttabilità della Rivoluzione d’ottobre e sulla “immaturità” delle condizioni della Russia zarista. Il vero problema posto da Medvedev è quello della politica del governo e del partito bolscevico all’indomani della rivoluzione, o meglio, delle ripercussioni che tale politica ebbe sui rapporti tra le classi sociali fondamentali, operai e contadini, e sull’atteggiamento di esse nei confronti della “rivoluzione socialista”. Attraverso il riesame delle posizioni dei menscevichi, di quelle dei socialisti-rivoluzionari e delle differenze di vedute all’interno dello stesso partito bolscevico, emerge il sostrato politico-ideale dello scritto, che è poi la rivendicazione della democrazia come base per la costruzione di una società socialista senza contraddizioni e senza “terrore”. Una rivendicazione proiettata nel passato, ma essenzialmente in funzione del presente.
Roy Medvedev (Tbilisi, Georgia 1925), storico e politologo russo, è stato una tra le più autorevoli voci dissidenti nell’Unione Sovietica. Ha aderito al Partito Comunista nel 1956, da cui è stato espulso nel 1969 perché con le sue pubblicazioni criticava Stalin, in un periodo in cui era stato parzialmente riabilitato dalla propaganda. Nel 1970 assieme ad Andrej Sacharov ha sostenuto la necessità di una riforma del sistema sovietico e di un ritorno alla democrazia socialista e ai valori del leninismo. Il suo Lo stalinismo (1972) costituisce una delle più acute analisi del periodo staliniano.
